
La doppia colazione
Mi piace alzarmi presto la mattina del sabato, o della domenica, anche se non c’è da partire per il mare. Mi piace alzarmi prima del suono della sveglia. Sì, mi piace anche puntare sempre la sveglia, mi sento al sicuro.
Mi piace aprire gli occhi, sbirciare l’ora allungando il braccio verso il comodino, far cadere occhiali, abat-jour e mollette varie per scoprire che al suono della sveglia manca ancora un bel po’.
Tra il sonno e la veglia, in quello stato alterato di coscienza, mi piace raggiungere la cucina a piedi nudi e mettere su il caffè. E come mi piace attenderlo! In quei tre minuti di sospensione temporale, con la testa che cade all’ingiù per il sonno, arriva immancabilmente il ricordo di mia nonna, di quando da piccola capitava che rimanessi a dormire da lei.
Terminata la cena, senza alcuna parola espressa, io e la nonna aspettavamo intrepide che il nonno andasse a coricarsi. I successivi cinque minuti erano dedicati alla stabilizzazione di questa condizione, ascolto del respiro, eclissi dei rumori. Insomma non erano ammesse sorprese. Nonno Antonio non doveva avere possibilità di ripensamenti.
A quel punto il soggiorno era nostro. Davanti alla TV a vedere il Wrestling.
Nessuno poteva sgridarci. Adoravo quel momento di vita: lo spettacolo più bello non era il match, ma lei, la nonna, che si preparava a combattere contro il sonno
e che un attimo dopo era sul ring a sudarsi letteralmente la vittoria. Per me, alla fine, vinceva sempre lei. La nonna Antonietta stendeva al suolo anche Hulk Hogan.
Si raddrizzava potente davanti alla TV. Poi, dalle braccia alzate al cielo in segno di trionfo volavano via le ultime molecole di adrenalina, e iniziava la fase del rilascio. I suoi arti cominciavano a distendersi visibilmente, uno ad uno, prima le gambe, poi il bacino, la schiena, le spalle, fino ad arrivare alla testa, che lasciava completamente cadere verso il basso. Un attimo prima che la testa si schiantasse fragorosamente sul pavimento, lei era di nuovo dritta, in tensione
sulla sedia, col collo ancora capace di sorreggere il suo mondo. Solo per qualche secondo, però, poi tutto ricominciava da capo, nello stesso modo. Fino alla resa,
l’unica resa che ancora oggi mi fa stare bene. La buonanotte. Oggi, in quei tre minuti in attesa del caffè, con la testa penzolante, accade anche a me di vincere le mie piccole battaglie contro il sonno. E mi piace
pensare che succede e succederà sempre solo a me e a lei.
Mi piace che la mia testa torni all’insù al borbottio che annuncia l’arrivo del caffè. Una voce e un profumo che fanno bene al mio cuore.
Verso il caffè nella tazzina. Niente zucchero, nella convinzione di poter sentire il gusto vero. Sorseggio tra sogno e realtà.
Nel silenzio si compone una scena che mi rassicura, il cigolio delle prime tapparelle che si alzano onorando la vita che succede nuovamente, le mie labbra
che tentano impazienti di possedere il caffè ancora bollente.
E mentre la vita si spiega mi piace il pensiero di tornare a letto, sistemare il comodino, spegnere l’abat-jour e addormentarmi col pensiero felice che tutto riaccadrà a breve, al suono della sveglia.
Mi piacciono quando le cose non finiscono.

