La valigia

La valigia è sempre stato un oggetto per me molto attraente. Non solo quella, certo. Anche le scarpe, i libri, che a seconda delle edizioni immagino raccontino qualcosa di diverso, gli occhiali, le caffettiere, i tovaglioli, le panchine…
Mamma mia come adoro le panchine! Sulle panchine avvengono cose incredibili. Le panchine sono storie: sono incontri casuali che divengono amicizie per la vita. Le panchine sono la casa quando un posto sicuro non c’è più, sono l’attesa di un evento felice. Le panchine sono la possibilità di guardarsi negli occhi o anche di stare vicini senza voltarsi, ognuno impegnato a vedere davanti a sé. Le panchine sono un invito ad innamorarsi, a continuare a sognare. Le panchine sono il rifugio del cuore che soffre. Le adoro gremite di gente o anche libere, perché, vuote o piene che siano, le panchine traboccano comunque di vita. Adoro le panchine quando il cammino diventa faticoso, quando magari ti trascini con la valigia e… Appunto. Mi sono persa. Dicevo di quanto mi piace la valigia. Piccola, grande, morbida o rigida, vecchia che se l’annusi sa di soffitta colma di ricordi. I ricordi…che non esistono fino a quando non te li ricordi, giustappunto.
Strana cosa i ricordi. A volte si pensa che i post-it siano fatti per ricordare qualcosa, invece li metti lì, sulla scrivania, così puoi evitare di dover ricordare, così sei libero di dimenticare. Che poi a questo punto sui post-it potremmo scrivere quello che non vogliamo ricordare, le persone o le cose, e poi saremmo liberi di dimenticarle…
Torno alla valigia. La stavo dimenticando. Nella mia piccola casa la valigia è parte integrante dell’arredamento. Lì, ai piedi del letto, rossa, sempre pronta a ricordarmi che sono in viaggio, anche quando tutto intorno appare fermo. La valigia è magica, ha dei confini molto precisi, è limitata, eppure alla fine ci sta sempre tutto. Non si spiega come sia possibile, ma accade che, anche quando ti sdrai sopra a lei con la percezione che questa volta non c’è niente da fare, lei si chiuda. Si chiude, e posizionata in piedi non cade. È incredibile. Ci sta tutto, ci stanno i due capi che metterai e gli altri venti che riporterai sani al rientro a casa. Che poi, a casa, butterai comunque tutto in lavatrice, come se li avessi usati quegli abiti, come se ogni cosa all’interno ti fosse servita, come se tutto quel peso fosse stato utile. E così, grazie a questo stratagemma da premio Nobel, il rituale si ripeterà senza alcuna modifica al prossimo viaggio.
Ciò che è magnifico è che i vestiti “in più” risultano sempre quelli essenziali. Sono loro i veri protagonisti, i pilastri della valigia, loro che permettono di poter accedere alla concretizzazione del viaggio. Con loro il viaggio è sicuro, ogni possibile imprevisto è annientato, ogni possibile paura sedata, ogni mancanza appagata. Si aggiungono poi, a rinforzare il bisogno di certezze e controllo, infinite varietà di accessori, un beauty incontenibile, farmaci di ogni genere, giacca antivento “che non si sa mai”. Tutto a tranquillizzare la testa, chiaro, niente di reale di per sé; tutto però così tremendamente vero ad ascoltare lei, la mente. La mente, appunto: il mio peggior nemico.